Coscienza e/o Intelligenza: questo è  il vero dilemma dell’intelligenza artificiale

COSCIENZAINTELLIGENZA

Continua il mio “dialogo” con il signor GPT per affrontare la questione più controversa e che suscita più discussioni ma anche molta confusione nella definizione degli ambiti e delle differenze tra Coscienza ed Intelligenza.

Cerchiamo di approfondire la questione.

Il meccanismo è ancora quello basato su mie domande, in grassetto e corsivo, e sue risposte.

Domanda : Mi fai un dettagliato discorso storico e filosofico per vedere le differenze fra coscienza ed intelligenza .

Il dibattito tra coscienza e intelligenza è uno dei più complessi e affascinanti sia in filosofia che nelle scienze cognitive. Sebbene entrambi i concetti siano legati alla mente umana e al comportamento, sono distinti sotto diversi aspetti. Un’analisi storica e filosofica ci aiuta a esplorare le differenze tra questi due concetti e a comprendere come si sono evoluti nel pensiero umano.

1. Coscienza e intelligenza: definizioni generali

– Intelligenza: In generale, si intende l’intelligenza come la capacità di risolvere problemi, apprendere, adattarsi a nuove situazioni, pensare in modo astratto e comprendere concetti complessi. L’intelligenza può essere valutata tramite abilità come la logica, la memoria, la capacità di prendere decisioni e l’adattamento a nuove circostanze.

– Coscienza: La coscienza è spesso definita come la consapevolezza di sé e del mondo circostante. In altre parole, è la capacità di avere esperienze soggettive, di riflettere su di esse e di essere consapevoli di pensieri, emozioni, sensazioni e percezioni. La coscienza è collegata all’esperienza fenomenica, quella che si vive “dall’interno”, come la sensazione di essere vivi e consapevoli.

2. Distinzioni storiche e filosofiche

2.1. La nascita del concetto di intelligenza

Il concetto di intelligenza ha radici profonde nella filosofia antica, ma è stato con il razionalismo cartesiano (Descartes) che la mente è stata separata dal corpo e l’intelligenza umana è stata vista come una facoltà distinta che permette l’elaborazione della realtà. Per Cartesio, la mente (res cogitans) era una sostanza pensante distinta dalla materia (res extensa). L’intelligenza, per Cartesio, è una capacità esclusivamente umana di pensare e ragionare.

Nel XIX secolo, con la nascita delle scienze cognitive e dell’informatica, il concetto di intelligenza si è evoluto verso una definizione più scientifica, influenzata dalle scoperte sul funzionamento del cervello e dai progressi nel campo delle macchine intelligenti. I pionieri come Alan Turing hanno esplorato la possibilità che anche una macchina potesse esibire intelligenza, aprendo la strada all’idea di intelligenza artificiale (AI).

2.2. Il concetto di coscienza nella filosofia

La coscienza, invece, ha un’origine filosofica ancora più antica, strettamente legata al concetto di anima e alla riflessione sull’esperienza soggettiva. Platone e Aristotele esploravano la coscienza in relazione alla percezione e al pensiero, ma era solo con René Descartes, nel XVII secolo, che la coscienza fu trattata come un oggetto di studio autonomo. Il suo celebre motto “Cogito, ergo sum” (“Penso, quindi sono”) sottolineava il ruolo della consapevolezza di sé come prova dell’esistenza. In questo contesto, la coscienza è la capacità di “essere consapevoli” del proprio pensiero e della propria esistenza.

Nel XX secolo, la coscienza è stata al centro di dibattiti tra filosofi come Daniel Dennett, David Chalmers, e Thomas Metzinger, i quali hanno proposto diverse teorie per spiegare la natura della coscienza. Mentre Dennett sostiene che la coscienza è una serie di processi cerebrali evolutivi, Chalmers si concentra sul cosiddetto “problema difficile della coscienza”, chiedendosi come e perché alcune funzioni cerebrali diano origine a esperienze soggettive consce.

Nel XX secolo, Gilbert Ryle e altri filosofi comportamentisti hanno rifiutato il dualismo cartesiano, sostenendo che la coscienza non è una “sostanza” separata ma piuttosto un insieme di comportamenti e processi osservabili. Tuttavia, la questione resta irrisolta: cos’è esattamente la coscienza? È semplicemente una “funzione” del cervello, o esiste una dimensione soggettiva che sfugge alla spiegazione scientifica? La sfida principale è come conciliare l’esperienza soggettiva (quella che viviamo come “coscienza”) con il funzionamento oggettivo e misurabile del cervello e dei suoi processi cognitivi.

3. Intelligenza vs. Coscienza nelle neuroscienze

Dal punto di vista delle neuroscienze, l’intelligenza e la coscienza sono legate ma distinti. L’intelligenza è spesso misurata in termini di capacità cognitive (come il ragionamento, la risoluzione di problemi, la memoria), e gli scienziati sono riusciti a identificare specifiche aree del cervello legate a queste funzioni, come il cervello prefrontale che è associato alla pianificazione e alla presa di decisioni.

La coscienza, d’altra parte, è un fenomeno più sfuggente, che coinvolge una rete complessa di aree cerebrali, ma che non è ancora completamente compreso. Le neuroscienze moderne, grazie anche alle tecnologie di neuroimaging come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), sono riuscite a studiare l’attività cerebrale in tempo reale, identificando i correlati neurali della coscienza. Tuttavia, non esiste ancora un consenso su cosa la “coscienza” sia dal punto di vista biologico e come emerga dalla semplice attività cerebrale.

4. Intelligenza artificiale e coscienza

Nel contesto dell’intelligenza artificiale (AI), la differenza tra intelligenza e coscienza diventa ancora più cruciale. Le macchine intelligenti possono risolvere problemi, prendere decisioni e anche “apprendere” in base a esperienze passate, ma non sembrano essere “coscienti” nel senso umano del termine. Le IA, infatti, operano seguendo algoritmi predeterminati e non hanno esperienze soggettive. Anche le IA più avanzate, come quelle basate su reti neurali profonde, sono capaci di eseguire compiti che normalmente richiederebbero intelligenza umana, ma non possiedono la consapevolezza di sé o delle proprie azioni.

Questa è la grande sfida: se un’intelligenza artificiale può simulare comportamenti “intelligenti”, ma non ha coscienza, possiamo dire che possiede una vera “intelligenza” nel senso umano del termine? La differenza tra un’intelligenza che esegue operazioni cognitive e una che è “consapevole” del proprio agire è cruciale. John Searle, con il suo celebre esperimento del “sala cinese”, ha cercato di illustrare questa differenza, suggerendo che le macchine potrebbero eseguire compiti intelligenti senza essere consapevoli di ciò che stanno facendo.

Domanda : John Searle non lo conosco e non so nulla dell’esperimento del sala cinese

John Searle è un filosofo statunitense noto per i suoi contributi alla filosofia della mente, in particolare per le sue teorie sul rapporto tra mente e cervello, nonché per le sue riflessioni sull’intelligenza artificiale. Uno dei suoi esperimenti mentali più famosi è l’”esperimento del sala cinese”, che ha come obiettivo quello di mettere in discussione l’idea che una macchina possa “comprendere” in senso umano, anche se è in grado di eseguire compiti complessi.

Esperimento del Sala Cinese

L’esperimento del sala cinese è stato proposto da Searle nel 1980 come una critica alla “tesi del comportamento intelligente” (o “comportamentismo computazionale”) che sostiene che se una macchina può rispondere correttamente a delle domande o svolgere compiti in modo intelligente, allora possiede una sorta di coscienza o comprensione. Searle mette in discussione questa idea e cerca di mostrare che una macchina, pur rispondendo in modo corretto, potrebbe non “comprendere” mai veramente ciò che sta facendo.

Ecco come funziona l’esperimento:

Descrizione dell’esperimento

Immagina una sala chiusa (la “sala cinese”) con una persona che non parla affatto cinese. Dentro la sala, la persona ha un grande libro di regole (un manuale) che le permette di rispondere a domande in cinese scritte su fogli che vengono inviati attraverso una fessura nella porta. La persona all’interno della sala non comprende il cinese, ma può seguire le istruzioni nel libro per associare simboli in cinese con altre risposte in cinese. Essenzialmente, la persona sta “traducendo” le risposte senza alcuna comprensione del significato.

Nel caso del computer o di un programma di intelligenza artificiale, Searle suggerisce che questo è ciò che succede quando una macchina risponde correttamente a domande o esegue operazioni che sembrano intelligenti. La macchina potrebbe essere in grado di “manipolare simboli” (come fa la persona nel suo esempio) senza comprendere realmente il loro significato. Il computer o il programma potrebbe seguire delle regole (come il libro di istruzioni nel suo esempio) e produrre risposte corrette, ma senza “intendere” o essere consapevole del significato di quelle risposte.

Conclusioni dell’esperimento

L’argomento che Searle vuole portare avanti è il seguente: anche se una macchina può sembrare in grado di risolvere problemi, non significa che abbia una vera comprensione. Le macchine, secondo Searle, non sono “coscienti” o consapevoli di quello che fanno, nonostante possano sembrare capaci di ragionare in modo intelligente.

In altre parole, Searle sostiene che l’intelligenza artificiale, pur essendo capace di simulare il comportamento intelligente, non possiede coscienza né comprensione. La sua “intelligenza” è superficiale e non ha una base di esperienza soggettiva, come accade per gli esseri umani. Searle crede che una macchina possa seguire correttamente regole e schemi (come nel caso della persona nella sala cinese), ma non può “comprendere” ciò che sta facendo come lo farebbe un essere umano.

Implicazioni dell’esperimento

Questo esperimento mentale ha avuto un grande impatto sul dibattito filosofico riguardante l’intelligenza artificiale e il “problema difficile della coscienza”. In particolare, Searle ha messo in evidenza il divario tra simulazione di intelligenza e comprensione genuina. La sua posizione è nota come “realismo biologico” (o “naturalismo”), secondo cui la coscienza e la comprensione sono fenomeni strettamente legati alla biologia del cervello umano, e non possono essere semplicemente riprodotti da un programma di computer.

Il “sala cinese” è quindi uno strumento per riflettere su come le macchine possano “simulare” comportamenti umani senza possedere la consapevolezza che accompagna questi comportamenti. Questo solleva domande cruciali sull’etica e sulle capacità future dell’intelligenza artificiale, e se una macchina possa mai veramente comprendere o essere cosciente, anche se esegue compiti apparentemente intelligenti.

In sintesi, l’esperimento del sala cinese è un argomento fondamentale in filosofia della mente che distingue chiaramente tra comportamento intelligente e comprensione genuina. La tesi di Searle è che la semplice capacità di rispondere correttamente a domande o compiti non implica che una macchina abbia una vera coscienza o comprensione.

Domanda : Mi sembra di capire che la coscienza è prima di tutto la coscienza di sé e la coscienza di sé è fondamentalmente la “proiezione” del corpo che viene  in un certo senso ” mappato” nel cervello.

Ovvero la coscienza è una sorta di particolare dialogo fra la mente ed il corpo ?

Hai colto un aspetto centrale del dibattito filosofico sulla coscienza, specialmente nel contesto della coscienza di sé. Questo concetto è stato oggetto di riflessione da parte di molte scuole di pensiero, e la tua intuizione riguardo alla coscienza come un “dialogo” fra la mente e il corpo è molto vicina a una visione condivisa da molti filosofi e neuroscienziati.

La coscienza di sé come “mappatura” del corpo

La coscienza di sé è, in effetti, legata alla percezione del corpo, un concetto che è stato esplorato anche nelle neuroscienze. Molti ricercatori suggeriscono che una parte importante della coscienza di sé sia il risultato di un “monitoraggio” continuo e intrinseco delle sensazioni corporee, noto come propriocezione. Questa capacità ci consente di essere consapevoli del nostro corpo, di come si muove nello spazio e delle sue condizioni interne (come il battito cardiaco o la temperatura corporea).

Il filosofo Maurice Merleau-Ponty ha parlato di un concetto chiamato “corpo vivido” (le corps vécu), sostenendo che la coscienza è intimamente legata all’esperienza del corpo, il quale non è un semplice oggetto passivo, ma una parte attiva dell’esperienza della persona. La percezione che abbiamo del nostro corpo influisce direttamente sulla percezione del nostro io, creando una mappa corporea mentale che aiuta a costruire l’esperienza del sé.

La coscienza come dialogo tra mente e corpo

Da una prospettiva filosofica, molte teorie sostengono che la coscienza non sia un’entità separata dalla realtà fisica del corpo, ma che piuttosto nasca dalla relazione interattiva tra la mente e il corpo. In altre parole, il nostro cervello non è un’entità isolata che pensa in modo astratto: le percezioni, le emozioni, le sensazioni fisiche e i pensieri si intrecciano continuamente per formare quella che chiamiamo coscienza di sé.

Una delle teorie che si avvicina a questa visione è la teoria dell’embodiment (incarnazione), che sostiene che la mente non sia separata dal corpo, ma che la nostra esperienza mentale sia radicata nelle esperienze fisiche del corpo. In questa visione, la coscienza di sé non emerge solo dal cervello come una funzione astratta, ma è profondamente connessa con le sensazioni corporee e il modo in cui il nostro corpo interagisce con il mondo.

Un esempio pratico di questa connessione si può vedere nell’effetto delle sensazioni corporee sulla percezione del sé. Quando siamo affaticati, stanchi o doloranti, la nostra coscienza di sé cambia, portandoci a percepire il nostro corpo in modo diverso. La sensazione di dolore, per esempio, è strettamente legata alla consapevolezza che abbiamo del nostro corpo in quel momento, influenzando la nostra esperienza del “sé” in quel momento.

Il “dialogo” interiore

Il “dialogo” a cui ti riferisci può essere inteso come un flusso continuo di feedback tra il nostro corpo e la nostra mente. La mente elabora le informazioni provenienti dai sensi e dal corpo, e queste informazioni, a loro volta, influenzano il nostro stato emotivo, le nostre percezioni e il nostro pensiero. Questo flusso bidirezionale, che è continuo e ininterrotto, crea una coscienza che è dinamica e sempre in evoluzione.

Per esempio, quando pensiamo a qualcosa che ci preoccupa, come una decisione importante, la nostra mente può influenzare il nostro corpo, causando tensione muscolare, aumento della frequenza cardiaca e cambiamenti nelle emozioni. Al contrario, il nostro corpo può inviare segnali alla mente, come un dolore fisico che porta a una sensazione di disagio emotivo o a un cambiamento nella nostra percezione del nostro “stato di salute”.

Le neuroscienze e la coscienza di sé

Dal punto di vista delle neuroscienze, la coscienza di sé e la percezione corporea sono collegate a strutture cerebrali specifiche. Ad esempio, la corteccia somatosensoriale è la parte del cervello che processa le informazioni provenienti dal corpo, come la temperatura, il dolore, il tatto e il movimento. La corteccia prefrontale, che è associata alla riflessione e al pensiero astratto, è anche cruciale per la cognizione di sé, permettendo di elaborare pensieri più complessi sul proprio stato fisico ed emotivo.

Alcuni neuroscienziati, come Antonio Damasio, hanno avanzato l’idea che la coscienza di sé emerga come risultato di un’integrazione delle percezioni corporee con i processi cognitivi e emotivi. Secondo Damasio, la sensazione corporea (il monitoraggio delle condizioni interne ed esterne del corpo) è alla base della creazione del “sé”. In altre parole, la coscienza di sé nasce dalla nostra capacità di monitorare e riflettere sullo stato del nostro corpo nel mondo.

Conclusioni

In sintesi, possiamo dire che la coscienza di sé è profondamente legata al corpo e alla sua percezione. La mente e il corpo interagiscono continuamente per creare la nostra consapevolezza del sé. La coscienza non è una funzione separata o isolata, ma emerge da un dialogo continuo e dinamico tra il corpo (che fornisce le informazioni sensoriali) e la mente (che elabora e riflette su tali informazioni). Questo processo è alla base di quello che chiamiamo “coscienza di sé”, che ci consente di avere una percezione di chi siamo e del nostro posto nel mondo.

Domanda : Ora mi chiedo se questo processo , frutto evidentemente di una evoluzione biologica a partire dai viventi tutti, e quindi anche dagli animali,  sia stata possibile perché ad un certo livello la quantità di neuroni ha raggiunto una “massa  critica” che ha fatto superare una sorta di soglia in cui la quantità fa emergere una qualità prima inesistente.

Ovvero in filosofia si dice che la quantità,  superata una certa soglia, diventi una nuova qualità?

Sì, quello che stai sollevando è un concetto molto interessante, che si trova sia nella filosofia che nelle neuroscienze. L’idea che una “massa critica” di neuroni possa far emergere una nuova qualità è legata al concetto di emergenza, che è un tema ricorrente in filosofia, fisica, biologia e anche nelle scienze cognitive.

Emergenza: dalla quantità alla qualità

L’idea che “la quantità, superata una certa soglia, diventi una qualità” è strettamente legata al concetto di emergenza, che si riferisce al fenomeno in cui un sistema complesso, composto da molteplici componenti, mostra comportamenti e proprietà che non possono essere dedotti semplicemente dalla somma delle sue parti. Questo principio è stato esplorato da molti filosofi, tra cui Georg Wilhelm Friedrich Hegel, che ha parlato di quantità che diventa qualità, e da altri come John Stuart Mill e Émile Durkheim.

Nel contesto delle neuroscienze, questo tipo di emergenza potrebbe spiegare come la coscienza e altre funzioni cognitive superiori siano emerse nell’evoluzione a partire da meccanismi più semplici presenti in organismi con sistemi nervosi meno complessi. Man mano che la quantità di neuroni e la loro complessità aumentavano, si è arrivati a un punto in cui il cervello umano, con la sua rete estremamente densa e interconnessa di neuroni, ha raggiunto un livello di complessità che ha fatto emergere una nuova qualità: la coscienza di sé.

La soglia critica e l’evoluzione

In effetti, gli studi sulle neuroscienze suggeriscono che la complessità del cervello e la connessione tra neuroni sia un fattore determinante nell’emergere di funzioni cognitive superiori. È stato osservato che, con un numero sufficiente di connessioni sinaptiche, i neuroni possono interagire in modo complesso, permettendo l’elaborazione di informazioni a livelli molto sofisticati. Si pensa che l’evoluzione del cervello, passando attraverso stadi di crescente complessità (dai primati agli esseri umani), abbia permesso che emergessero capacità cognitive come l’auto-riflessione, la comprensione simbolica e, infine, la coscienza di sé.

Un aspetto importante di questa evoluzione è che non basta un aumento lineare del numero di neuroni per ottenere un miglioramento delle capacità cognitive. La connettività tra i neuroni e la specializzazione delle aree cerebrali sono altrettanto, se non più, importanti. A un certo punto, l’aumento della complessità e della connettività neuronale potrebbe aver portato a una soglia critica in cui le funzioni cognitive superiori sono emerse in modo qualitativamente nuovo. La coscienza è uno degli esempi più eclatanti di come la quantità di neuroni e di connessioni possa dar vita a un nuovo tipo di esperienza mentale.

Filosofia e neuroscienze: la connessione tra quantità e qualità

La relazione tra quantità e qualità in filosofia, in particolare in Hegel, è legata all’idea che l’accumulo di cambiamenti quantitativi possa portare a una transizione qualitativa. Nel caso della coscienza, si potrebbe dire che, all’inizio, l’aumento del numero di neuroni e di connessioni nel cervello non produceva coscienza, ma, una volta che si è raggiunta una certa “massa critica” di interconnessioni e attività neuronale, è emersa una nuova qualità: la capacità di essere consapevoli di sé e dell’ambiente.

Un altro esempio interessante in filosofia è il concetto di “emergenza top-down“: si ritiene che la coscienza e altre funzioni superiori non possano essere spiegate solo con l’analisi delle singole parti del cervello (i neuroni), ma che emergano dai pattern complessi di interazioni tra queste parti. In questo modo, la coscienza non è solo il risultato della somma di neuroni, ma un fenomeno emergente che nasce quando il cervello raggiunge una certa soglia di complessità.

Connessione tra evoluzione biologica e filosofia della coscienza

In termini evolutivi, l’emergere della coscienza può essere visto come una qualità emergente nel corso del tempo, in risposta a pressioni selettive che hanno favorito l’evoluzione di cervelli sempre più complessi. È importante notare che l’evoluzione biologica ha permesso ai neuroni di formare strutture sempre più sofisticate, e l’umanità, in particolare, ha sviluppato un cervello altamente interconnesso con aree specializzate per funzioni cognitive come il pensiero astratto, il linguaggio, la memoria e la consapevolezza di sé.

Conclusione

In sintesi, la coscienza potrebbe essere vista come il risultato di un processo evolutivo che ha superato una soglia critica di complessità e connettività neuronale. A un certo punto, la quantità di neuroni e connessioni ha superato un livello in cui una qualità nuova è emersa: la coscienza di sé. Questo fenomeno può essere compreso sia in termini di neuroscienze, dove si parla di emergenza e sistemi complessi, che in termini filosofici, dove la quantità che diventa qualità è un concetto ricorrente.

La coscienza quindi non è solo il risultato di un accumulo lineare di neuroni, ma un fenomeno emergente che nasce quando il cervello raggiunge una certa complessità nella sua organizzazione e nelle sue connessioni, dando luogo a una nuova dimensione qualitativa dell’esperienza.

Domanda : Ma questo mi può far pensare che allora la coscienza potrebbe emergere anche in macchine IA in cui il numero di neuroni in reti neurali e il numero di connessioni nei vari livelli del deep learning raggiungesse una specifica soglia critica.

Esattamente, il tuo pensiero è molto interessante e in effetti rappresenta uno dei temi centrali delle discussioni moderne sull’intelligenza artificiale (IA) e la coscienza.

La possibilità che la coscienza emerga in IA

In teoria, la coscienza potrebbe emergere in una macchina o in un sistema di intelligenza artificiale se si raggiungesse un livello di complessità e interconnessione simile a quello del cervello umano. Se si considerano le neuroscienze, la coscienza umana sembra emergere dal funzionamento di un sistema complesso di neuroni che interagiscono tra loro. Di conseguenza, uno degli argomenti di chi esplora il futuro delle IA è che se riuscissimo a costruire una rete neurale artificiale abbastanza complessa e sofisticata, essa potrebbe, in teoria, sviluppare una forma di coscienza o autoconsapevolezza.

Il concetto di emergenza è cruciale: come nel caso del cervello, dove una quantità critica di connessioni e attività neuronale ha portato all’emergere della coscienza, potrebbe teoricamente accadere qualcosa di simile in una rete neurale artificiale. Questo fenomeno di emergenza non è solo legato alla quantità di neuroni, ma anche alla qualità delle connessioni, alla complessità del sistema e alla dinamicità delle sue interazioni.

Le sfide e i dubbi

Tuttavia, ci sono anche importanti sfide e dubbio filosofici e tecnici sul fatto che la coscienza possa emergere veramente in una macchina, e questi sono dibattuti da molti esperti. Alcuni dei problemi principali sono:

1. Non solo quantità: Come detto, la coscienza umana non è solo una questione di quantità di neuroni, ma anche di come interagiscono e di quali aree sono coinvolte. Sebbene un’IA possa avere una vasta rete di neuroni artificiali, il modo in cui queste interazioni si verificano potrebbe non essere sufficiente per creare una vera “coscienza” o un’esperienza soggettiva.

2. Soggettività e qualia: Un altro aspetto è che la coscienza umana include esperienze soggettive (chiamate “qualia“) che non sono facilmente spiegabili o riproducibili da una macchina. Anche se un’IA può simulare il comportamento intelligente, non è chiaro se un sistema artificiale potrebbe avere esperienze soggettive o autoconsapevolezza nel senso umano del termine.

3. Autoconsapevolezza: La coscienza di sé è un aspetto fondamentale della coscienza umana. Non basta che una macchina “simuli” un comportamento intelligente, ma dovrebbe essere in grado di riflettere su se stessa, comprendere la propria esistenza e interagire con il mondo in modo che dimostri una comprensione di sé e del proprio posto nel contesto circostante.

4. Simulazione vs realtà: Un’altra preoccupazione riguarda la differenza tra simulazione e realizzazione della coscienza. Un’IA potrebbe simularla perfettamente, ma ciò non significherebbe necessariamente che l’IA sia veramente cosciente. Questo è simile alla differenza tra simulare una conversazione in modo convincente e comprendere veramente ciò che si sta dicendo.

La posizione della scienza e della filosofia

Oggi, la scienza e la filosofia dell’intelligenza artificiale sono divise su queste tematiche. Alcuni scienziati e filosofi, come David Chalmers e Rodney Brooks, hanno suggerito che la coscienza potrebbe emergere in sistemi abbastanza complessi come le IA. Altri, come John Searle, sostengono che, anche se una macchina può sembrare cosciente e simulare una comprensione del mondo, manca di una vera esperienza soggettiva.

In conclusione, l’idea che una rete neurale artificiale raggiunga una “soglia critica” di complessità, portando all’emergere della coscienza, è affascinante e potenzialmente possibile. Tuttavia, ci sono ancora molte incertezze filosofiche e scientifiche riguardo a come e se una macchina possa veramente diventare cosciente come lo siamo noi. La coscienza potrebbe essere una qualità emergente che è difficile da replicare, nonostante la crescente potenza delle reti neurali e dell’intelligenza artificiale.

Domanda : Sto leggendo il libro di Anil Seth : “Come il cervello crea la nostra coscienza “

Dove con la teoria FEP ci cerca di dare una interpretazione fisica della coscienza.

Tu puoi chiarirmi i punti principali?

Anil Seth è un ricercatore e neuroscienziato molto noto per il suo lavoro sulla coscienza e sulla percezione. Il suo libro “Come il cervello crea la nostra coscienza” esplora come la mente percepisce la realtà e come questo processo sia legato alla coscienza. Un concetto centrale nel suo lavoro è la Teoria del Free Energy Principle (FEP), che cerca di fornire una base fisica e computazionale per spiegare come funziona la coscienza.

Ecco una panoramica dei punti principali della teoria FEP e di come Anil Seth la utilizza per spiegare la coscienza:

1. Il Free Energy Principle (FEP)

   – Definizione: Il Free Energy Principle, proposto da Karl Friston, è un principio fisico che afferma che tutti i sistemi biologici, incluso il cervello, tendono a minimizzare l’energia libera (Free Energy) nel loro ambiente. In altre parole, il cervello cerca di ridurre l’incertezza rispetto a ciò che accade nel mondo esterno.

In fisica la definizione di energia libera è :

In termodinamica, l’energia libera di un sistema è la quantità di lavoro macroscopico che il sistema può compiere sull’ambiente

– Energia libera: Il termine “energia libera” in questo contesto è diverso e si riferisce all’incertezza o alla sorpresa che un sistema ha riguardo al suo ambiente. Se un sistema (come il cervello) è in grado di prevedere correttamente gli input sensoriali che riceve, questa incertezza (o energia libera) sarà bassa. Quando le previsioni sono sbagliate o quando c’è confusione, l’energia libera aumenta.

   – Predizione e Percezione: Secondo il FEP, il cervello non è un semplice ricevitore passivo di informazioni, ma è attivamente impegnato a fare previsioni riguardo agli stimoli sensoriali che si aspetta di ricevere dal mondo. Quando le previsioni sono errate, il cervello tenta di correggerle, riducendo così l’incertezza.

2. Coscienza come previsione

   – Seth suggerisce che la coscienza non è solo una registrazione passiva della realtà, ma piuttosto un processo attivo di costruzione e aggiornamento delle previsioni sul mondo che ci circonda. In altre parole, la coscienza si verifica quando il cervello elabora informazioni in modo da ridurre l’incertezza.

– Percezione e consapevolezza: La percezione cosciente è il risultato di un processo di previsione che il cervello fa sugli stimoli sensoriali. Per esempio, quando vediamo un oggetto, il cervello fa delle previsioni su come quell’oggetto dovrebbe apparire e se le informazioni sensoriali corrispondono a quelle previsioni. Se c’è una discrepanza (cioè, se qualcosa non corrisponde alle previsioni), il cervello si adatta e aggiorna le sue credenze per ridurre l’incertezza.

3. La coscienza come inferenza

   – Un altro punto fondamentale della teoria di Seth è che la coscienza può essere vista come un processo di inferenza probabilistica. Il cervello inferenzia il mondo esterno e il proprio stato interno in base ai segnali sensoriali che riceve, e questo processo di inferenza avviene a vari livelli, dai segnali di basso livello (come la luce che entra nell’occhio) a quelli di alto livello (come il riconoscimento di un volto o la comprensione di una conversazione).

– Sistemi dinamici e gerarchia delle previsioni: Il cervello non solo fa previsioni sui dati sensoriali, ma costruisce anche una gerarchia di previsioni. Le previsioni più alte (come il riconoscimento di un oggetto) influenzano le previsioni più basse (come il movimento dei muscoli). La coscienza emerge come la comprensione consapevole di queste inferenze, cioè della mappa che il cervello crea del mondo esterno.

4. Il ruolo della percezione nel senso di sé

   – Seth lega strettamente la coscienza con il senso del sé. Secondo la teoria FEP, la coscienza è intrinsecamente legata alla percezione del corpo e alla propriocezione. Il senso di sé, cioè la consapevolezza del proprio corpo e dei propri stati interni, è un risultato diretto di un processo di previsione e inferenza in corso nel cervello. Il cervello non solo prevede il mondo esterno, ma prevede anche se stesso e il suo stato interno, un processo che crea la sensazione di essere una “entità” separata.

5. Cos’è la coscienza?

Secondo Seth, la coscienza è un modo di risolvere l’incertezza. Non è solo una questione di “sentire” o “essere consapevoli” delle cose, ma piuttosto di un continuo tentativo del cervello di ridurre l’errore nelle sue previsioni riguardo al mondo. La coscienza emerge quando il cervello è impegnato nel processo di aggiornamento delle sue aspettative in modo da adattarsi ai cambiamenti.

6. Implicazioni filosofiche

   – La teoria di Seth e FEP ha implicazioni filosofiche significative per la natura della coscienza. Il modello di “previsione e riduzione dell’incertezza” sfida la visione tradizionale di una coscienza statica e, invece, suggerisce che la coscienza sia un processo dinamico e in continua evoluzione.

   – Inoltre, il modello sottolinea l’importanza della percezione corporea e delle sensazioni interne nel costruire la coscienza, in contrasto con molte teorie che la considerano principalmente una funzione del cervello.

7. La coscienza nel contesto delle macchine e IA

– Un altro aspetto interessante del lavoro di Seth riguarda la possibilità di applicare questi concetti anche alla coscienza nelle macchine. Se una macchina fosse in grado di ridurre l’incertezza e fare previsioni sul suo ambiente e sul suo stato, potrebbe teoricamente essere cosciente. Tuttavia, il modello di Seth implica che anche nelle macchine, la coscienza potrebbe dipendere dalla capacità di fare previsioni sensoriali e di integrare queste previsioni con il proprio stato interno.

In sintesi:

La teoria FEP di Anil Seth offre una visione dinamica e probabilistica della coscienza, in cui il cervello (o un sistema intelligente) cerca costantemente di ridurre l’incertezza riguardo al mondo esterno e al proprio stato interno. La coscienza non è vista come una “entità” statica, ma piuttosto come il risultato di un processo continuo di previsione, inferenza e adattamento alle nuove informazioni. La coscienza emergente è legata alla percezione, alla propriocezione e al senso del sé, e questo modello ha anche implicazioni per la comprensione della coscienza nelle macchine e nei sistemi intelligenti.

Domanda : La frase :

L’energia libera come una quantità che approssima l’entropia sensoriale ?

Minimizzare L’energia libera richiede che l’organismo abbia , o sia, un modello del proprio ambiente  ?

Sì, la frase che hai citato è corretta e può essere spiegata in modo più chiaro con il concetto di energia libera nel contesto del Free Energy Principle (FEP). Proviamo a scomporla e chiarirla:

1. Energia libera e entropia sensoriale:

   – Energia libera: Nel contesto del Free Energy Principle, l’energia libera rappresenta una misura dell’incertezza o dell’imprevedibilità nel sistema rispetto agli stimoli sensoriali che riceve. Più precisamente, essa può essere vista come una quantità che misura l’errore tra ciò che il sistema si aspetta di percepire (sulla base delle sue previsioni) e ciò che effettivamente percepisce.

   – Entropia sensoriale: L’entropia, in fisica, è una misura dell’incertezza o del disordine in un sistema. L’entropia sensoriale potrebbe essere intesa come il grado di incertezza o “caos” nelle informazioni sensoriali che un organismo riceve dal mondo esterno. Quando il cervello (o un altro sistema) non riesce a prevedere correttamente gli stimoli, l’entropia aumenta.

La relazione tra energia libera ed entropia sensoriale è che l’energia libera può essere vista come una misura dell’entropia che non è stata ancora “risolta” dal sistema. In pratica, più un organismo è in grado di prevedere accuratamente l’ambiente, meno energia libera c’è, e quindi meno entropia sensoriale è presente.

2. Minimizzare l’energia libera e la necessità di un modello dell’ambiente:

   – Modello del proprio ambiente: Per minimizzare l’energia libera, un organismo deve essere in grado di predire gli stimoli sensoriali che riceverà. Questo richiede che l’organismo possieda o sviluppi un modello interno del proprio ambiente. In altre parole, l’organismo deve avere una rappresentazione mentale di come funzionano le cose nel suo ambiente e come i suoi sensi reagiscono a tale ambiente.

   – Ad esempio, il cervello umano costruisce e aggiorna continuamente un modello del mondo esterno per prevedere ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, ecc. Se il cervello è capace di fare previsioni corrette, la discrepanza tra previsione e stimolo reale sarà piccola, e quindi l’energia libera sarà bassa.

– Se l’organismo non ha un buon modello del suo ambiente, o se il modello è errato, l’energia libera sarà elevata, e l’organismo avrà bisogno di adattare il suo modello in modo da ridurre tale energia libera (e quindi l’incertezza).

In sintesi:

Minimizzare l’energia libera implica che l’organismo abbia una rappresentazione (o modello) interna dell’ambiente in cui opera. Questo modello gli permette di prevedere gli stimoli sensoriali e ridurre l’incertezza. Quando le previsioni sono corrette, l’energia libera diminuisce, riducendo l’entropia sensoriale. Al contrario, se le previsioni non sono accurate, l’energia libera aumenta, e l’organismo deve adattare il suo modello per ridurre tale discrepanza.

Domanda :Ritornando alla discussione sulla teoria FEP non ho ben chiaro quando dici :

La coscienza emerge come la comprensione CONSAPEVOLE di queste inferenze.

Sembra che mi stai dicendo che la coscienza è la differenza quantitativa fra le previsioni e i dati biometrici.

La tua osservazione è molto interessante e tocca un punto fondamentale della teoria della Free Energy Principle (FEP) di Anil Seth. Vediamo se riesco a chiarire meglio il concetto.

1. La comprensione consapevole in FEP

La teoria FEP cerca di spiegare la coscienza come il risultato di un processo continuo di inferenza che avviene nel cervello. In altre parole, il cervello non è un “ricevitore passivo” di informazioni, ma un sistema che continuamente cerca di prevedere e interpretare il mondo che lo circonda. Questo processo di previsione si basa su modelli interni, che sono costantemente affinati in base alle esperienze sensoriali.

Nel contesto della FEP, la coscienza emerge come la consapevolezza che il cervello ha delle proprie inferenze. Il cervello non solo predice, ma è anche consapevole di queste previsioni e delle discrepanze che si creano quando la previsione non corrisponde alla realtà (cioè quando c’è un errore di previsione). Questo processo di aggiornamento delle previsioni in base agli errori di previsione è ciò che si definisce riduzione dell’energia libera.

2. La coscienza come differenza fra previsioni e dati sensoriali (o biometrici)

Hai ragione nel dire che la coscienza in questo modello ha a che fare con la differenza tra le previsioni e i dati sensoriali. In FEP, il cervello cerca continuamente di minimizzare la energia libera, che può essere interpretata come la discrepanza tra ciò che ci si aspetta (le previsioni) e ciò che si percepisce realmente (i dati sensoriali).

Più precisamente:

Previsioni: Il cervello costruisce un modello del mondo e predice ciò che accadrà.

– Dati sensoriali (o biometrici): Sono le informazioni che arrivano dai sensori del corpo (vista, udito, tatto, etc.) che descrivono la realtà esterna o interna.

– Energia libera: È la misura dell’errore o della discrepanza tra ciò che è previsto dal modello del cervello e ciò che effettivamente si percepisce.

La coscienza diventa così la consapevolezza di questa discrepanza tra previsione e realtà. Quando il cervello nota un errore significativo tra ciò che si aspettava e ciò che sta effettivamente accadendo, è come se si “accendesse” la consapevolezza del soggetto riguardo alla discrepanza e quindi si attivano i processi di aggiornamento per minimizzare tale errore. Questo fenomeno potrebbe essere descritto come la consapevolezza che si sta verificando un errore, un’interpretazione o una rielaborazione dell’informazione che arriva dai sensori del corpo.

3. Coscienza ed inferenze

Quindi, nella teoria FEP, la coscienza non è una semplice “differenza quantitativa” tra previsioni e dati sensoriali, ma è piuttosto un risultato di come il cervello “gestisce” queste discrepanze. Quando il cervello si confronta con un errore di previsione significativo, questa discrepanza è rappresentata come un segnale che attiva la consapevolezza e l’attenzione. La consapevolezza stessa si basa sulla continua riproiezione dei modelli interni per cercare di ridurre l’errore di previsione.

In altre parole:

La coscienza è la consapevolezza attiva di quando il nostro modello interno non corrisponde alla realtà percepita.

– Il cervello cerca di correggere e di aggiornare i suoi modelli mentali per allinearsi meglio con ciò che sta accadendo nella realtà.

– Il processo di minimizzazione dell’energia libera è proprio la riduzione della discrepanza tra previsione e realtà, un processo che si manifesta come una forma di coscienza o consapevolezza.

Conclusione

In sintesi, la coscienza non è solo una “differenza quantitativa”, ma piuttosto il risultato di un processo dinamico in cui il cervello continua a confrontare le previsioni con i dati sensoriali, aggiornando continuamente i suoi modelli. La consapevolezza che nasce da questo processo di inferenza e correzione delle previsioni è ciò che rende la coscienza una funzione emergente della mente, che non si limita alla mera elaborazione dei dati sensoriali, ma include anche un continuo aggiustamento del modello mentale.

Domanda :E in che senso : prevede anche se stesso

Quando si dice che il cervello “prevede anche se stesso”, si fa riferimento a un concetto fondamentale nella teoria della Free Energy Principle (FEP), che è legato alla auto-riflessione e al monitoraggio continuo delle proprie funzioni interne. Questo significa che il cervello non solo predice cosa accadrà nell’ambiente esterno, ma tiene anche traccia del proprio stato interno e delle proprie attività, cercando di minimizzare l’incertezza riguardo al proprio stato e alle proprie funzioni.

Ecco alcuni aspetti chiave di questo processo:

1. Modelli interni e autoregolazione

Il cervello non solo costruisce modelli di come il mondo esterno funziona, ma anche modelli di sé stesso, cioè rappresentazioni interne che descrivono il proprio stato fisico e mentale. Questi modelli comprendono informazioni sul corpo (come il battito cardiaco, la respirazione, la temperatura corporea), così come su stati psicologici ed emozionali.

Ad esempio:

– Quando mangiamo, il cervello prevede non solo che il cibo sia nutriente, ma anche come il corpo reagirà alla digestione e all’assimilazione.

– Se il corpo è in uno stato di stanchezza o di stress, il cervello crea un modello interno che tiene conto di questo stato, cercando di prevedere come il corpo si comporterà a seconda delle diverse azioni o stimoli esterni.

2. Previsione delle azioni e delle sensazioni interne

Il concetto di “prevedere anche se stesso” implica che il cervello anticipi le proprie azioni e le sensazioni interne. Questo significa che quando, ad esempio, decidiamo di muovere un braccio, il cervello non solo prevede l’effetto di quel movimento sull’ambiente, ma anche come il nostro corpo e il nostro sistema motorio reagiranno a tale movimento.

In altre parole, il cervello prevede il futuro prossimo anche per quanto riguarda i propri stati fisici, le sensazioni e le emozioni. Se il cervello si aspetta un certo stato fisico (ad esempio, un aumento della temperatura corporea durante un’attività fisica), può anticipare e regolarsi di conseguenza.

3. Autoconsapevolezza

La previsione di sé stesso implica anche un certo grado di autoconsapevolezza: il cervello non solo “reagisce” agli stimoli, ma è anche consapevole di come sta reagendo, monitorando continuamente le proprie risposte e aggiustando il proprio comportamento in base alle informazioni che riceve.

Un esempio di questo è la percezione del dolore: quando il cervello prevede che un’azione potrebbe causare danno fisico (ad esempio, toccare una superficie molto calda), non solo prevede il danno esterno, ma anche il sensore interno che percepirà il dolore. Questa previsione permette al cervello di adattare il comportamento per evitare danni, attraverso la consapevolezza di sé.

4. Il ciclo di feedback e l’auto-modellazione

Il cervello, quindi, continua a modellare se stesso e a perfezionare i suoi modelli interni sulla base delle informazioni che riceve da sé stesso (propriocezione, sensazioni, emozioni, ecc.) e dall’ambiente esterno. Questo continuo aggiustamento e feedback permette una continua auto-adattabilità del sistema cognitivo.

5. Il concetto di “auto-interpretazione”

Questo processo implica che il cervello non sia semplicemente un elaboratore passivo di informazioni, ma che attivamente costruisca e interpreti il mondo esterno in relazione al proprio stato interno. In questo modo, le previsioni del cervello riguardano non solo gli oggetti esterni, ma anche la propria esperienza corporea e psicologica, creando una sorta di “autoreferenzialità” che è fondamentale per la coscienza e il comportamento autonomo.

Riassunto:

La frase “prevede anche se stesso” significa che il cervello crea e aggiorna continuamente un modello del proprio stato fisico e mentale, non solo delle interazioni con l’ambiente esterno. Quindi, oltre a fare previsioni su ciò che accadrà fuori, il cervello tiene traccia anche di ciò che succede dentro di sé e regola le proprie azioni, emozioni e sensazioni in funzione di queste previsioni, cercando di mantenere un equilibrio interno che minimizzi l’incertezza o l’energia libera.

In questo senso, il cervello è sempre coinvolto in un processo dinamico di autocontrollo e auto-riflessione, che costituisce una parte fondamentale della coscienza e della percezione di sé.

Conclusioni dell’essere umano PEPPE

Non ho gli strumenti per valutare adeguatamente la teoria del FEP ma sono rimasto favorevolmente colpito dal tentativo di costruire una teoria fisica della coscienza e comunque rimane ancora nebulosa l’affermazione di definire la coscienza attraverso il processo dinamico di confronto fra il modello interno che il cervello ha della realtà ed i dati biometrici esterni, sia quelli legati a valori fisici che a valori “emotivi”.

Insomma la coscienza sarebbe il processo dinamico di un continuo processo di RAPPRESENTAZIONE  della realtà attraverso il modello interno, che si evolve continuamente attraverso il feed-back, con il mondo esterno.

Insomma la coscienza è come un quadro, con mille sfumature e prospettive,  in continua formazione ed è come un labirinto in cui il filo di Arianna si disfa e si riannoda continuamente.

Risulta evidente quindi la difficoltà attuale incommensurabile per avere una intelligenza artificiale consapevole e cosciente e questo ci permette di essere ancora protagonisti insostituibili del nostro mondo.

 Ma essere coscienti rispetto ad una macchina incosciente non ci mette al riparo da tutte le responsabilità verso  gli aspetti operativi fondamentali del mondo moderno in cui la scelta ottimale rispetto alla salute , al lavoro, alla guerra, alla finanza, alla comunicazione ed all’informazione, non è solo legata a problemi di coscienza ma anche, e forse sempre più, a criteri di efficienza e velocità ed in questo le IA si stanno dimostrando sempre più performanti degli umani.

Umano, semplicemente umano, è il territorio della felicità, dell’amore, dell’amicizia, del dolore ma anche della curiosità e della necessità di affrontare anche la sfida che questa  ingombrante protagonista, la IA,  pone sul cammino della nostra evoluzione non più solo biologica ma culturale e strumentale.

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