LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI

 

La discussione sui risultati recenti delle elezioni in paesi diversi del mondo evidenziano un innegabile arretramento ,a volte catastrofico,delle posizioni ,e quindi delle ragioni ,dei partiti che si richiamano alla storia della sinistra democratica in tutte le sue sfumature ,da quelle che si ispirano alla visione neoliberista a quelle radicali di sinistra.

La questione che colpisce è che questa erosione del consenso colpisce paesi diversi con condizioni diverse sia di PIL che di diritti sociali e livelli culturali , vedi USA Svezia Brasile ed Italia.

Non cito paesi come la Cina, la Russia e altri regimi africani ed asiatici dove evidentemente il consenso elettorale è una operazione di sola facciata.

Questa coincidenza transnazionale dei risultati ci deve far pensare che negli ultimi tempi si siano realizzate nel mondo delle condizioni economiche e sociali similari che possano giustificare queste convergenze.

L’analisi è  sicuramente complessa e la semplificazione che ne farò  risente fortemente di questo limite.

Schematicamente è possibile ricondurre queste risultanze a due aspetti della storia economica : La globalizzazione e la estrema informatizzazione del processo produttivo.

La globalizzazione

La globalizzazione è  il fenomeno dell’intensificazione degli scambi e degli investimenti con la conseguenza della forte interdipendenza delle economie nazionali con le relative interdipendenze  culturali e tecnologiche.

Questo fenomeno ha aspetti positivi e negativi con impatti diversi sui paesi in via di sviluppo dove l’ampliamento della base economica ha fatto emergere dalla povertà grandi masse di derelitti, ma ha determinato lo spostamento di enormi investimenti in paesi in cui il costo del lavoro  è basso e quindi  determinando una produzione di manufatti a costi molto ridotti .

Tutto questo ha eroso  le condizioni economiche della classe media nei paesi avanzati dove la mancanza di lavoro sta producendo una proletarizzazione della classe media sia nelle  sue condizioni economiche che sindacali con la estensione  delle condizioni di precarietà dei contratti di lavoro e con la fine del processo di ascensore sociale per i giovani .

 

Un altro aspetto della globalizzazione è  quello che viene definito con il termine di capitalismo finanziario.

                                                      Capitalismo finanziario.

In parole semplici il fenomeno dello spostamento di grandi capitali a livello mondiale avviene non solo per produrre a costi più  bassi nei paesi emergenti per il costo dei salari minori ma anche per speculare su prodotti finanziari particolari  (i derivati) su azioni , sulle monete nazionali in un vortice che non ha quasi nulla a che vedere con i processi produttivi di beni e servizi.

Queste forme di operazioni finanziarie invece di creare ricchezza si limitano a SPOSTARLA .

Naturalmente queste operazioni avvengono , quando funzionano,con enormi guadagni per i pochissimi operatori  ( i brokers ) che li effettuano ma hanno risvolti spesso drammatici sul benessere economico e sociale di intere nazioni.

Attualmente ,l’amministratore delegato che spaccia  a ruota libera mutui e derivati per incassare i milioni di bonus contribuisce di più al PIL di una scuola piena di insegnanti o di una fabbrica piena di meccanici. Viviamo in un mondo in cui sembra che più è indispensabile il tuo lavoro (pulizie, cura dei bambini,insegnamento),  più bassa è  la tua quota di Pil.

Il premio Nobel James Tobin nel 1984 dichiarò :” Stiamo sprecando sempre più risorse perché  il fiore della gioventù è  impiegato  in attività finanziarie lontane dalla produzione di beni e servizi ma in attività che generano alti compensi privati sproporzionati rispetto alla loro produttività sociale”.

È  stato stimato che per ogni sterlina guadagnata dai dirigenti del settore pubblicitario queste persone fanno perdere 7 sterline sotto forma di stress, consumi eccessivi, inquinamento e debito. Di contro ogni sterlina data a chi raccoglie l’immondizia ne crea un equivalente di 12 in termini di salute e sostenibilità .

L’inventore del PIL Kuzunets dichiarò che bisognava avere sempre ben chiaro in mente la distinzione tra quantità e qualità della crescita, tra costi e rientri, e tra il lungo e il breve termine; gli obiettivi di una ulteriore crescita dovrebbero specificare ulteriori crescita di cosa e per cosa.

Informatizzazione dei processi produttivi

Come se non bastasse nei paesi avanzati è in atto un formidabile processo di informatizzazione  dei processi produttivi che travolge non solo settori a bassa intensità tecnologica ma anche settori di alta professionalità per lo sviluppo di quella nuova tecnologia informatica che va sotto il nome di Intelligenza Artificiale  (AI)

Oggi la macchina equipaggiata  con il software AI ha prestazioni paragonabili ed anche superiori a quelle umane nei settori più disparati dalla medicina alla giurisprudenza.

Tutto questo produce ulteriore diminuzione del lavoro ed estende la caratteristica della precarietà a settori di alta classe media.

Vedere per approfondire questo link :INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Le ripercussioni politiche di queste rivoluzioni impongono un ripensamento delle strategie politiche delle forze democratiche che sono state penalizzate dagli elettori che hanno attribuito questi arretramenti, spesso gravi,delle condizioni di vita ad una inadeguata se non subalterna proposta politica ed è quindi urgente discutere su quali possano essere le proposte politiche che possano creare una discontinuità rispetto a questo processo mondiale in cui si realizza l’assurdo che il mondo produce più ricchezza e più diseguaglianza.

Non si vuole evidentemente arrestare il processo di produrre più benessere economico, si vuole però uno sviluppo equo e sostenibile . Sono parole che sentiamo sempre più spesso ma che sono declinate in modi diversi ma che non affrontano i problemi in una prospettiva che possa reggere il futuro ed il futuro certamente non potrà fare a meno dello sviluppo tecnologico che risulta sempre più indispensabile  per affrontare le sfide della salute e della sostenibilità ambientale.

Umanesimo e tecnologia

Come si fa a conciliare umanesimo e tecnologia sul versante delle condizioni di lavoro ?

La proposta vecchia e sempre più attuale è :

LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI.

E vediamo perché.

Le stime ci dicono che oltre il 30% dei posti di lavoro in Europa verrà cancellato dall’automazione nei prossimi 5 anni. Altri studi (The Future of Emlyment& Frey Osborne, Oxford Martin School) arrivano a annunciare  la distruzione del 54% dei posti di lavoro in Ue .

Nel 1930 John Maynard Keynes prevedeva che nell’ormai vicino 2030 la ricchezza delle nazioni sarebbe quadruplicata e di conseguenza avremmo lavorato appena 15 ore alla settimana.

In realtà abbiamo più che quintuplicato quella ricchezza e la tecnologia ha fatto enormi passi in avanti, ma nonostante ciò chi lavora lo fa per più ore, lavora male, è pagato poco e tantissimi non lavorano. Il problema psichiatrico da affrontare non è la noia, ma l’ansia da competizione, lo stress da iper reperibilità, l’insoddisfazione perenne, la depressione di massa. Si tratta di una enorme questione sociale, e quindi politica, troppo spesso sottaciuta e mai affrontata.

In una ricerca del Report McKinsey Global Institute si rileva che   il 60% delle professioni la quota che può essere affidata alle macchine è non meno del 30% .

Testuale :

Per le aziende, i vantaggi dell’automazione in terminidi performance sono evidenti, ma a livello politico emergono questioni più difficili. È necessario che la politica accolga l’opportunità per l’economia di beneficiare del potenziale di crescita della produttività e adotti politiche che incoraggino gli investimenti o introducano incentivi di mercato per favorire il progresso e l’innovazione continua. Allo stesso tempo, la politica deve evolversi per aiutare i lavoratori e le istituzioni ad adattarsi all’impatto previsto sull’occupazione. Probabilmente questo comporterà una revisione dei percorsi educativi e formativi, un sostegno al reddito e alle reti di sicurezza, oltre che un sostegno alla reintegrazione del personale dislocato. Sul posto di lavoro occorrerà lavorare a più stretto contatto con le macchine, che faranno parte delle attività quotidiane, e acquisire le nuove competenze richieste nell’era dell’automazione”.

C’è dunque una richiesta complessiva e  complessa alla politica di farsi carico del problema e la risposta ,non banale, è  trasferire gli aumenti progressivi di produttività  indotti dai processi di automazione non nell’accumulazione capitalistica ma nella riduzione dell‘orario di lavoro.

Questo processo va affrontato anche a livello internazionale tassando le operazioni finanziarie e i giganti del web che , a fronte di enormi guadagni, pagano tasse ridicole.

Rendendo il fenomeno della speculazione meno vorticoso.

Fino a 30 anni fa l’acquisto di azioni comportava il suo mantenimento per alcuni anni , oggi solo 5 giorni e questo favorisce le operazioni speculative.

CONCLUDENDO

Questo processo va pilotato in un percorso che individui i settori che ,inizialmente,  possano fare da apripista di questo progetto che ,come dice il rapporto, deve vedere investimenti mirati in informatizzazione e formazione ma risulta essere la scelta più lungimirante per reggere il futuro senza sfasciare la pace ed il benessere sociale.

I benefici sono molto più profondi della semplice sostenibilità economica perché attengono alla possibilità di liberare il tempo per la famiglia ,lo studio, la convivialità,  insomma il vivere civile.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Irene Sambri ha detto:

    Quella che abbiamo conosciuto finora è soltanto la globalizzazione dei mercati. Che ha come conseguenza la concentrazione di ricchezze sempre maggiori in pochissime mani. E questo è molto pericoloso. Genera una crisi di rappresentatività nelle nostre democrazie perché aumenta il numero degli esclusi. Se vivessimo in maniera saggia i sette miliardi di persone nel mondo potrebbero avere tutto ciò di cui hanno bisogno. Il problema è che continuiamo a pensare come individui, o al massimo come Stati, e non come specie umana. Come dice saggiamente l’ex presidente dell’Uruguay Mujica con la sua apologia della sobrietà: “La mia idea di felicità è soprattutto anti-consumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più.”

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